Liberarsi era il minimo da fare

Nel 605 d.C. l’imperatore cinese Yangdi, secondo sovrano della dinastia Sui, ordinò la costruzione della più imponente opera di ingegneria civile della storia cinese antica (e non solo): un canale artificiale di 1794 km, ancora oggi il più lungo del mondo, tra Pechino e la città di Zhejiang, a sud, che collegasse fra loro i bacini idrici del Fiume Giallo, dello Hai He, dello Huai He e del Fiume Azzurro. Il “Gran Canale” fu pronto in sei anni.

Immaginate ora che le gocce d’acqua del Fiume Giallo abbiano coscienza. Immaginatele però sempre come gocce, come esseri inanimati senza nessun organo che possa essere assimilato a qualcuno degli organi dei viventi “convenzionali”. La coscienza delle nostre gocce si limiterà quindi alla coscienza di esserci. Queste gocce nasceranno tutte dai monti Bayan Har, perché è lì che nasce il Fiume Giallo. Tutte condivideranno una parte consistente del percorso. Tutte avranno quindi la coscienza di essere lì e, forse, di essere le gocce del più lungo fra i fiumi di tutta la Cina. Qui entra in gioco il Gran Canale: esse, all’incontro con il gigante dei fiumi artificiali, non potranno fare altro che non accorgersi di nulla. Anche se non fossero immerse nella corrente assordante, comunque non avrebbero occhi per vedere la loro direzione mutata.

In buona sostanza questa è la storia del 25 aprile. Di un 25 aprile deviato, rubatoci dalle braccia senza scrupoli del capitale. Le gocce sono come tutti coloro che, in un modo o in un altro, attribuiscono una certa importanza a questa giornata: ci sarà chi andrà dritto sul solco del letto del fiume e chi devierà. Immaginate però di andare da una di quelle gocce deviate e chiederle se sa dove si trova. Senza dubbio vi sentirete rispondere “Ma che domande, siamo nel Fiume Giallo!”, perché le gocce non hanno occhi né tantomeno capacità di percepire la propria posizione. Vi tacceranno anche di tentare di confonderle e di dividerle, di cercare di farle deviare da quel corso sacro che è stato assegnato loro dalla Natura stessa. Loro si sentono quindi figlie del Fiume Giallo, portatrici della sua fresca verità e, in cuor loro, sentono che non lo tradirebbero mai. E chi lo farebbe? Il fiume è grande, imponente, solo uno sciocco tenterebbe di sfidarlo.

Il 25 aprile quindi non lo hanno solo rubato, bensì l’hanno deviato come si deviano i fiumi cinesi. Hanno giocato col sangue della gloria partigiana come si fa con l’ingegneria idraulica, come da secoli sono abituati a giocare con la natura sovrana. Lo Stato se ne è appropriato, facendone festa nazionale e ringraziando i partigiani per quella libertà per cui loro sono morti, una libertà però mai raggiunta e nemica dello stesso Stato. Così lo Stato, fantoccio del Capitale e sua difesa principale contro ogni spinta sovversiva (e non bisogna essere Marx o Lenin per capirlo, soprattutto in tempi di crisi come questi dove il capitale, minacciato dalla crisi da lui stesso generata, si fa più esplicitamente aggressivo e spudorato), ha preso quella libertà e ne ha fatto ciò che voleva: ci ha giocato come si gioca col pongo, modellandolo oltre ogni senso di decenza nel suo delirio di onnipotenza e divertendosi nel farlo.

Cambiare senso alla libertà: quello che è uno degli obiettivi principali del Capitale, soprattutto in tempi di crisi, trova ampio spazio di azione nella celebrazione che più di tutte è stata nel tempo travisata e ricoperta di vergogna e di falsi storici. Esso si rivela nella sua natura più macabra proprio in queste occasioni, quando oltre a dominare e modellare i corpi dei vivi marchiandoli con lo squallido timbro della normalità a lui tanto cara, viola anche i cadaveri, i corpi morti dei caduti partigiani stuprati e messi precariamente in piedi come burattini: il Capitale è, quindi, palesemente necrofilo.

Nell’esigenza dell’organizzazione, cerchiamo quindi di ricostruire una “scena del crimine” per il 25 aprile riconoscendo senza troppe difficoltà 3 diverse tendenze che si delineano nel relazionarsi con una ricorrenza simile, “tre 25 aprile”.
Un primo 25 aprile è quello “rubato”, quello delle istituzioni, quello il cui essere ipocrita, falso e inautentico è talmente palese da far concordare la quasi totalità del movimento sulla sua natura meschina: è il 25 aprile dei tricolori, delle parate ufficiali, dei sindaci e dei politici, di coloro che rendono omaggio alle donne e agli uomini che morirono per un ideale di libertà offendendo il loro sangue con i simboli della loro (e nostra) stessa oppressione, sporcando questo giorno con tricolori e inni di Mameli vari. E fin qui tutti d’accordo, no? Fin qui il furto è palese, e l’integrità del movimento viene salvaguardata dall’incapacità del nemico di celarsi (solo in questo ambito, s’intende).
Ma il problema sorge quando si va incontro alla figura del secondo 25 aprile, quello “deviato”. Immaginando il primo come una sorta di “polo”, il secondo non appare più, come superficialmente può sembrare, come una sorta di “via di mezzo” fra il primo ed il terzo (di cui si parlerà più avanti), bensì come un ammasso di materia dall’attitudine confusa che inconsciamente scivola verso il sopra citato polo. Ebbene, è questo il 25 aprile delle gocce d’acqua del Fiume Giallo. Un 25 aprile da compatire, la cui originale energia potenziale sovversiva e distruttiva (e, quindi, costruttiva) è stata col tempo sopita dalla premeditata opera di deviazione messa in atto dalla macchina mistificatrice istituzionale, i cui ingegneri dovremmo per coerenza immaginare come degli eleganti funzionari cinesi dell’inizio del settimo secolo. Ora, in molti affermeranno che buona parte della resistenza faceva proprie le istanze patriottiche portate avanti dagli stessi che qui sopra sono condannati come nemici della tradizione della stessa resistenza, no?
Niente di più vero. Il fatto è, come sempre, di saper comprendere la situazione ed osservare le diverse sfaccettature di un periodo così complesso della storia mondiale. La critica della forma-partito, in un movimento realmente antagonista ed autonomo, deve andare oltre le limitanti forme del presente: la critica dell’operato del PCI non può infatti limitarsi al semplice confronto con le forze autonome nate in seno agli anni di piombo ma deve andare più a fondo dal punto di vista storico, arrivando all’analisi del rapporti di forza all’interno delle stesse formazioni partigiane gappiste e dello stesso partito.
C’era, infatti, da aspettarsi un atteggiamento diverso da quello filo-patriottico, filo-borghese e tendenzialmente autoritario da parte dello stesso organismo che decise, sputando sopra al sangue di migliaia di partigiani caduti, di andare incontro al compromesso con le forze borghesi con la cosiddetta “svolta di Salerno”? niente affatto. E ci si poteva davvero aspettare che dei proletari delle città e delle campagne si organizzassero esternamente ed autonomamente rispetto a quello che era l’organismo più grande e meglio organizzato dell’intero agglomerato bellico partigiano? No, non si può. Significherebbe condannare chi scelse di dare la propria vita per l’emancipazione della propria classe e dell’umanità intera, sdegnare il suo sangue come fecero coloro che lo utilizzarono e tutt’ora lo usano per legittimare lo stesso sistema che ha prodotto e continua a produrre quella melma informe e maleodorante, fuoriuscita dal condotto di scarico della storia, altrimenti nota come “fascismo”; quella melma, tanto cara al Capitale da lei tutelata allo stremo delle forze, contro cui questi uomini e queste donne lottarono fino alla fine.
Conclusa questa parentesi consideriamo, inoltre, un altro fattore fondamentale: questi combattenti, nell’affrontare il fascismo e nella volontà, fatta propria dai più per ovvio e manifesto orientamento ideologico, di costruire un mondo senza Stato né classi (chiamatelo comunismo, chiamatelo anarchia, chiamatelo un po’ come cazzo vi pare), inevitabilmente diedero la loro vita, troppo spesso quasi inconsciamente, per la lotta contro la stessa forma dello stato-nazione capitalista, di cui le bandiere nazionali e gli inni vari sono l’espressione più elementare. Contraddittorio, forse. Ma non si può escludere che questi stessi combattenti non furono nel loro contesto storico anch’essi come le nostre gocce del Fiume Giallo.

Veniamo dunque al già citato “terzo 25 aprile”.

Questo è il 25 aprile “autentico” o, meglio, dovrebbe esserlo. È un 25 aprile da costruire, che non può prescindere, a differenza degli altri due, da una forte cultura della prassi. È un 25 aprile che distrugge e costruisce, che analizza, comprende ed impara a prendere la mira. La principale differenza con il secondo, molto probabilmente (oltre ad una ovvia consapevolezza storica e politica che nelle classiche commemorazioni di coloro che non troppo a diritto si definiscono “compagni” manca decisamente) è che si emancipa dal bisogno di essere compreso e/o amato dal nemico.

Ecco il punto. Liberarsi dall’angoscia della comprensione, dall’ansia di trovare un punto d’incontro e di tregua col nemico di classe, di rendere il 25 aprile “il giorno in cui per una volta siamo tutti d’accordo”.

Nella tradizione della resistenza questa tendenza autentica trova diversi esempi (ricordando però che coloro che diedero la vita nelle schiere dei GAP non ebbero nulla di meno e che le differenze qui elencate si riferiscono ad un piano esclusivamente politico e pratico), perlopiù in quei gruppi ed in quegli uomini che rifiutarono le linee del PCI anche e soprattutto in seguito alla “svolta di Salerno”.
Formazioni come Bandiera Rossa (emanazione del Movimento Comunista d’Italia) furono, assieme ad altre centinaia di gruppi simili presenti soprattutto nell’area metropolitana romana (basta pensare che i partigiani del MCd’I arrivarono a contare 2000 guerriglieri nella sola capitale, perlopiù provenienti e concentrate nelle borgate proletarie di roma est, a fronte dei 1800 dei GAP) o personaggi come il “Gobbo del Quarticciolo” sono l’incarnazione di quello spirito ribelle e bandito (le azioni di Bandiera Rossa venivano spesso eseguite in perfetto stile western, tanto che si racconta che il 20 aprile 1944 un gruppo di cinquanta partigiani del Mcdi abbiano rubato, fuori Roma, una mandria di cento mucche e le abbiano portate a Centocelle per sfamare la popolazione della borgata) che dovrebbe caratterizzare l’animo di ogni militante realmente antagonista e, di conseguenza, realmente antifascista. Ancora, ad esempio, va ricordata l’esperienza della Volante Rossa, che, al di là di tutte le possibili contraddizioni, disertò dalle direttive del PCI al termine della guerra per continuare il conflitto partigiano oltre i limiti imposti dal compromesso borghese.

Nella costruzione di una prassi di movimento realmente antagonista e realmente conflittuale non possiamo quindi prescindere dalla memoria, che non sia semplice ricorrenza o commemorazione ma esempio vivo ed attuale. Anche se questo terzo 25 aprile, che deve essere il “nostro” 25 aprile, deve differenziarsi dagli altri per una costante e cosciente proiezione al futuro ed ad un reale movimento rivoluzionario che possa realmente, e non solo a parole, “distruggere per costruire”, la nostra condizione ci impone di riservare sempre uno sguardo particolare al passato, per fare in modo che, al di là di tutte le mistificazioni, esso torni ad essere il “nostro” passato.

Anche noi, noi che tanto odiamo gli eroi puri e senza macchia, gli altari e le solennità tipicamente borghesi, dobbiamo a questi uomini e a queste donne di riconoscere nel loro sangue, ovunque esso sia stato versato, una certa sacralità. Ci devono essere anche nella nostra storia momenti così, momenti di solennità in cui un simbolo collettivamente riconosciuto come questo ci faccia parlare di eternità, per una volta. Allo stesso modo di come dovrebbero farlo il sangue di qualsiasi altro compagno caduto, di qualsiasi proletario morto sul lavoro, di qualsiasi precario o disoccupato costretto a togliersi la vita o di qualsiasi nostro fratello morto nel Mediterraneo: chiunque venga ucciso dal mio nemico è mio compagno, e solo parole enormi ed eterne possono corollare la caduta di un compagno, oltre alla ovvia promessa di non lasciare che la sua morte venga dimenticata.

UN PASSATO DA ONORARE
UN FUTURO DA CONQUISTARE

 

Questa voce è stata pubblicata in Antifascismo. Contrassegna il permalink.