Pescara – Zecche arrabbiate contestano Salvini sotto palco

Giovedì 8 Agosto Salvini è tornato nuovamente a far visita a Pescara, una presenza che immaginavamo potesse dar vita ad una rabbia pura e sincera. Una rabbia di quelle profonde, che il Comune di Pescara conosce, i cui effetti ha cercato di prevenire con misure di sicurezza quali il sigillo di cestini, la rimozione di cassonetti e la militarizzazione di gran parte della costa pescarese.

Nonostante le galattiche misure preventive, c’è chi non ha sedato rabbia e non ha potuto fare a meno di andare sotto il palco per creare un po’ di scompiglio, anche a costo di improvvisare. La sbirraglia presente, ci ha messo ben poco per riconoscere ed identificare alcuni volti noti alle autorità, bloccandoli nelle vicinanze della Nave di Cascella e cercando di intimidire con i soliti cognomi gridati a gran voce. Ma la rabbia, quella vera, non è facile da arrestare, difatti dopo una mezz’oretta circa il gruppetto ha cercato vie alternative per raggiungere la merda umana sul palco. “Passiamo dal mare!”. Le/i compagnx tentano furtivi di disperdersi tra la folla entrando in un lido e dirigendosi sulla spiaggia. Operazione fallita in quanto pedinati da un digossino a testa e dalla triste sorpresa della barca della guardia costiera pronta ad aspettarli con sirene già accese.

“Torniamo indietro, passiamo e basta!”. Il gruppo passa convinto tra intimidazioni e minacce, con il solito sbirro alle calcagna. Nella folla nuovamente il gruppo tenta di disperdersi, ritrovandosi poi a circa 200metri dal palco.

Salvini parlava, i sudditi applaudivano, la rabbia saliva. Partono i primi cori e urla “Pescara non ti vuole”. Panico nella folla. La celere repentinamente accerchia il gruppo mentre i fedeli sudditi pescaresi imbruttiti difendono il loro padrone insultando le/i compagnx “Zecche. Andate a lavorare. Se non vi sta bene andatevene”. La rabbia è pronta ad esplodere, qualcunx solidarizza e si avvicina al gruppo che cresce di numero. Le urla e gli scazzi con il pubblico servo di quel padrone padano e con la sbirraglia incattivita crescono, fino a che gli sbirri spintonando con forza allontanano il gruppo urlando tra la folla alcuni dei loro cognomi. Salvini non perde l’occasione per sfruttare quel momento a suo vantaggio, vecchia volpe.

Durante lo spintonamento i grigi sostenitori leghisti presi da quell’attimo di vitalità in un esistenza già morta insultano fieri, protetti e legittimati dai loro fedeli servi di Stato.

Forse ancora oggi a cazzo duro racconteranno ai loro amici scemi di quelle quattro zecche piene di vita, senza paura e senza padroni.

Forse racconteranno di aver visto negli occhi di quelle quattro zecche una scintilla di rabbia pronta a tutto.

Forse non ci arriveranno mai e continueranno a vivere la propria esistenza come turisti annoiati pronti ad affidare la propria vita al padrone di turno.

Non si voleva alcuna contestazione. La tappa pescarese del tour di propaganda di Salvini doveva risultare incontaminata. L’unica immagine di quella piazza doveva essere quella di un popolo di servi che inneggia al padrone che li affama.

Ma le esorbitanti misure preventive terra-acqua sono anche segno della paura e dell’insicurezza di chi è venuto a parlare.

Sicuramente dovremo fare i conti con tali dispositivi di controllo e repressione.
Sicuramente nostro compito deve essere quello di riflettere su come aggirarli e combatterli.

Ieri, mentre i riflettori erano puntati su un sit-in distante 1km dalla piazza di Salvini, il sistema di controllo delle forze dell’ordine non è riuscito ad impedire che un gruppo di cani sciolti armato di rabbia, fantasia e determinazione arrivasse fin sotto il palco e attraverso cori e urla rompesse l’illusione del “consenso totale” creata dai sondaggi e dai social media.

Lo ribadiamo anche qui:

A Pescara non vogliamo Salvini, non vogliamo padroni, non vogliamo servi.

CI VOLETE MORTI

CI AVRETE PIÙ VIVI CHE MAI

ORA E SEMPRE PER L’ANARCHIA!

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